Ellen Hidding: «Farsi portavoce delle cause sociali è un dovere»

Ellen Hidding: «Farsi portavoce delle cause sociali è un dovere»

Intervista alla testimonial di Fondazione “Mission Bambini” Ellen Hidding, ospite speciale di Reinventing, il più grande evento dedicato all’innovazione nel mondo non profit promosso da Atlantis Company e in programma a Milano il 10 e 11 ottobre.

«Penso che tutti i personaggi pubblici abbiano in qualche modo il “dovere” di farsi portavoce di una causa sociale. Abbiamo il privilegio di essere conosciuti dalla gente: questo ci permette di far arrivare al grande pubblico anche messaggi importanti». La celebre conduttrice televisiva Ellen Hidding, nota al grande pubblico per la sua partecipazione alla trasmissione Mediaset “Mai dire gol” insieme alla Gialappa’s Band, riassume così uno degli aspetti meno conosciuti della sua poliedrica personalità: una grandissima (e molto concreta) sensibilità per il Terzo Settore.

Ellen Hidding è, infatti, attiva testimonial di “Mission Bambini”, fondazione che da quasi venti anni si prende cura dei bambini poveri, malati, senza istruzione o che hanno subito violenze fisiche e morali attraverso progetti di assistenza sanitaria, educazione ed emergenza in Italia e nel mondo. «Mi sono subito sentita parte della famiglia», racconta Ellen, descrivendo il suo incontro con la Fondazione come un vero e proprio «amore a prima vista».

Ospite speciale di Reinventing – il più grande evento dedicato all’innovazione nel mondo non profit promosso da Atlantis Company e in programma a Milano il 10 e 11 ottobre – in occasione dell’iniziativa racconterà, insieme al direttore generale di Fondazione Mission Bambini Sara Modena, la propria esperienza di sostegno al Terzo Settore e offrirà consigli utili per l’ottimizzazione del rapporto tra personaggi pubblici e organizzazioni non profit.

Ellen Hidding, da dove nasce la tua grande sensibilità per il sociale?

«Penso che tutti i personaggi pubblici abbiano in qualche modo il “dovere” di farsi portavoce di una causa sociale. Abbiamo il privilegio di essere conosciuti dalla gente e questo ci permette di far arrivare al grande pubblico anche messaggi importanti: messaggi di solidarietà verso chi ha bisogno e, ancora prima, di considerazione e rispetto verso chi per vari motivi vive situazioni difficili».

Come hai incontrato Mission Bambini e perché hai deciso di sostenere i progetti della Fondazione in sostegno della prima infanzia in difficoltà?

«Ho subito capito che Mission Bambini lavora con il cuore: è stato amore a prima vista! Mi è piaciuto il fatto che prima di coinvolgermi attivamente nelle loro iniziative mi abbiano invitata a visitare la loro sede. Lì ho potuto conoscere le persone di Mission Bambini, in primis il presidente Goffredo Modena, e mi sono subito sentita parte della famiglia. Poi mi è piaciuta tantissimo la proposta di aiutare persone vicino a me, vicino a noi, che vivono nel nostro Paese. All’estero c’è tanto bisogno, lo sappiamo. Ma non pensiamo mai che anche il nostro vicino ha bisogno. Così ho deciso di aderire alla proposta di aiutare Mission Bambini a promuovere il Banco per l’infanzia: una raccolta di prodotti per i bambini in difficoltà che vivono in Italia organizzata ogni anno dalla Fondazione. Dalla prima edizione del Banco, nel 2013, il mio impegno con Mission Bambini è cresciuto e ora sono madrina di tutte le iniziative promosse dalla Fondazione per l’infanzia in difficoltà in Italia».

Hai un ricordo particolare legato alla tua esperienza di testimonial per Fondazione Mission Bambini?

«Il ricordo più bello è quello del viaggio lungo la penisola fatto con Mission Bambini per visitare alcuni asili sostenuti dalla Fondazione a Milano, Novara, Roma e Napoli. Città e contesti molto diversi tra loro, ma dove ho sempre trovato conferma di una cosa molto importante: indipendentemente dalla nazionalità e dall’estrazione sociale, i bambini si sentono tutti uguali e amano “a prescindere”. Un bel messaggio, credo, per tutti. Un’altra cosa che mi ha colpita di questo viaggio è stata la possibilità di incontrare le mamme, di parlare con loro. Ricordo una mamma di Scampia: la sua infanzia, mi ha raccontato, non era stata per niente bella, segnata da tanti sbagli e tanta sofferenza. Per il figlio immagina un’infanzia e un futuro migliori: era grata alla Fondazione per l’opportunità data al bambino di frequentare il nido».

La plenaria di Reinventing che vedrà protagonista Ellen Hidding si svilupperà intorno al titolo “Come l’impegno di un testimonial genera valore aggiunto per una causa sociale. Mission Bambini ed Ellen Hidding: insieme per l’infanzia in difficoltà”.

«La comunicazione non è una tecnica, ma un’arte»

«La comunicazione non è una tecnica, ma un’arte»

Intervista a Fausto Colombo, direttore del Dipartimento di “Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo” dell’Università Cattolica di Milano e relatore di Reinventing, il grande evento dedicato all’innovazione nel mondo non profit promosso da Atlantis Company e in programma a Milano il 10 e 11 ottobre.

«Di fronte al dolore degli altri molte persone assumono un atteggiamento di autodifesa: si rifiutano di guardare per non essere costrette a vedere, ovvero a fare i conti con la realtà». Fausto Colombo – direttore del Dipartimento di “Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo” e del Master in “Marketing digitale e pubblicità interattiva” dell’Università Cattolica di Milano, oltre che professore ordinario di “Teoria e tecniche dei media” e coordinatore del corso di laurea in Comunicazione e Società nella stessa università – sintetizza così una delle più insidiose spine nel fianco della comunicazione 2.0, in particolare se legata al non profit, «settore alle prese con un sentiment di fondo tendenzialmente non positivo».

Non esistono ricette magiche per uscire da questa delicata situazione, ma dalla sociologia arriva un valido aiuto per aprire uno spiraglio. «La comunicazione, come sottolinea Raymond Williams, oscilla tra la trasmissione e la condivisione», spiega Colombo, e l’obiettivo dei comunicatori, al fine di massimizzare l’efficacia del proprio lavoro, deve essere quello di spostare il più possibile l’ago della bilancia verso la condivisione, perché «le cose che colpiscono davvero sono, appunto, le esperienze condivise». «Quando ci troviamo in situazioni drammatiche – spiega Colombo – è istintivo soccorrere chi è in difficoltà, perché ci sentiamo tutti parte della stessa avventura. Ad esempio, io sono fermamente convinto che se le persone che hanno urlato cose irripetibili quando hanno visto sbarcare i migranti dalla Sea Watch si fossero trovate, per qualche strano scherzo del destino, a bordo della nave, sarebbero state le prime a tirare fuori dal mare le persone in difficoltà.  La comunicazione dovrebbe attivare la stessa dinamica: far sentire chi legge o ascolta il racconto di un fenomeno nella stessa avventura di chi quel fenomeno lo vive ogni giorno».

Colombo è tra i protagonisti di “Reinventing 2019”, il grande evento dedicato all’innovazione nel mondo non profit promosso da Atlantis Company e in programma a Milano il 10 e 11 ottobre. In particolare, terrà la plenaria “Il ruolo dell’empatia nella comunicazione del terzo settore. Le emozioni positive nel non profit nell’era dell’egoismo sociale”.

Professor Colombo, come vede la comunicazione tra 10 anni?

«Questo è un momento in cui è molto difficile formulare previsioni, perché si rischia di essere avvelenati da alcune emergenze contingenti.  La grande scommessa degli ultimi 10 anni è stata comprendere il ruolo che la rete internet e i nuovi media avrebbero acquisito nella comunicazione intesa in senso generale: industria della comunicazione e comunicazione interpersonale. I recenti sviluppi hanno però creato un po’ di pessimismo, almeno da due punti di vista: la questione del controllo sociale, cioè il fatto che le piattaforme siano vulnerabili a forme di controllo, e l’odio on line.

Questi grandi problemi portano a far temere un imbarbarimento della rete internet, che è stata attraversata, negli ultimi anni, da una grande utopia.  Sono portato a pensare che ci sarà una evoluzione e che quest’ultima potrebbe essere legata alla riduzione dell’anonimato on line, che sta diventando sempre più una esigenza non procrastinabile. Un intervento in questo settore potrebbe cambiare radicalmente le carte in tavola».

Esistono delle tecniche efficaci per arginare il fenomeno dell’odio on line?

«L’odio on line è uno dei più grandi nemici dei comunicatori. Questo nuovo fenomeno ha modificato in maniera radicale anche la struttura del lavoro quotidiano, che deve essere sempre orientato alla gestione di situazioni di crisi. Si rischia, infatti, di essere attaccati praticamente ogni giorno: basta anche un errore minimo, e alcune volte non serve nemmeno quello per essere oggetti di pratiche di attacco.

Per contrastare l’odio on line esistono vari strumenti, come il metodo del “don’t feed the troll”, il ricorso a tecniche retoriche come chiamare per nome la persona che invia messaggi offensivi e mantenere la calma, metodi di smascheramento progressivo dei troll o tecniche basate sull’utilizzo di risposte franche e schiette. Non esiste, tuttavia, una soluzione univoca: spesso bisogna mixare le varie tecniche.

D’altra parte, la comunicazione non è una tecnica, è un’arte.  E l’arte ha bisogno di una sensibilità di situazione che la tecnica non richiede. I due strumenti fondamentali della comunicazione sono la sperimentazione sul campo e l’esperienza, che è la cosa più difficile da trasmettere».

Come siamo arrivati a questa situazione così difficile da controllare?

«Negli ultimi anni la tecnologia è andata avanti in maniera troppo veloce rispetto alla nostra capacità di adattamento, anche professionale. La comunicazione è stata, cioè, protagonista di una accelerazione che ha reso molto difficile l’alfabetizzazione.

Negli ultimi anni si è verificata, inoltre, una vera e propria trasformazione del ruolo della comunicazione nella nostra vita. In particolare, abbiamo iniziato a percepirla come un modo per riempire i vuoti e sconfiggere la noia. In passato si comunicava quando si aveva qualcosa da dire, oggi si comunica quando non si ha niente di meglio da fare. I social network sono un esempio evidente di questa dinamica: urlare e aggredire è diventato un modo per affermare la propria identità inserendosi in un flusso.

L’unico vero deterrente a questi comportamenti è la cultura. La mancanza di stimoli culturali, infatti, produce solitudine, vuoto e carenza di autostima, che poi generano questo tipo di comportamenti comunicativi improntati sull’odio».

Perché ha scelto di occuparsi di comunicazione?

«Le mie scelte professionali nascono dalla combinazione tra una passione empatica e una passione intellettuale».

C’è un fenomeno comunicativo emergente che la colpisce in maniera particolare?

«Il ribaltamento della natura della satira, che da millenaria arma del contropotere si sta curiosamente trasformando in arma del potere. La satira, infatti, è nata come strumento di opposizione al potere dominante, ma attualmente è il potere stesso ad utilizzarla per prendere in giro gli oppositori o la gente comune. Si tratta di un fenomeno molto interessante, da studiare ma anche da combattere».

Fausto Colombo, in occasione del proprio intervento a Reinventing, approfondirà tutti questi temi, offrendo nuove e originali chiavi di lettura dei fenomeni più complessi della comunicazione nel Terzo Settore. La sua plenaria, in particolare, sarà incentrata su tre concetti cardine: empatia, emozioni positive ed egoismo sociale.

«Sogno di fare bene ai brand facendo bene alle persone»

«Sogno di fare bene ai brand facendo bene alle persone»

Intervista a Francesco Bozza, VP e Chief Creative Officer di Grey Italia e relatore di Reinventing, il grande evento dedicato all’innovazione nel mondo non profit promosso da Atlantis Company e in programma a Milano il 10 e 11 ottobre. 

 

«Mi piacerebbe tantissimo vincere il budget di una grande azienda per seguire la Corporate Social Responsability». Francesco Bozza, VP e Chief Creative Officer di Grey Italia e relatore di Reinventing – il grande evento dedicato all’innovazione nel mondo non profit promosso da Atlantis Company – ha più di 100 premi nazionali ed internazionali sulla scrivania e un sogno nel cassetto: rendere sempre più virtuoso il rapporto tra profit e non profit, due mondi che ha fatto spesso incrociare nel corso della sua carriera.

 

Il portfolio di Bozza è zeppo di brand stellari, ma il suo percorso professionale è stato caratterizzato anche da frequenti incursioni nel mondo del non profit: ha seguito campagne per Ai.Bi., Medici senza frontiere, Fondazione Veronesi e Forum Crisalide e, soprattutto, supportato la Corporate Social Responsability di una grande multinazionale. Un’esperienza, quest’ultima, che vorrebbe, appunto, ripetere.

 

Bozza, in particolare, ha collaborato per quattro anni con Samsung, seguendo campagne di grandissimo impatto legate ai delicati temi del cyberbullismo, della violenza sulle donne e dell’autismo. La campagna sul cyberbullismo è il frutto di una collaborazione tra Samsung e Moige nell’ambito della quale è stato lanciato un numero gratuito per sostenere le vittime del fenomeno. L’iniziativa è stata lanciata attraverso la campagna massiva #OFF4aDAY, nell’ambito della quale Samsung ha “spento” tutti i canali di comunicazione per un’intera giornata come gesto simbolico per informare sui rischi del bullismo online. «Sono stati addirittura spenti i televisori Samsung in esposizione in diverse catene di prodotti elettronici», ricorda Bozza. Un’attività massiva che ha dato molta visibilità alla campagna e soprattutto, in generale, al tema del cyberbullismo. La campagna contro la violenza sulle donne è stata, invece, promossa in collaborazione con Telefono Rosa al fine di sostenere il recupero psicologico delle donne che hanno alle spalle una storia di disagio sociale e familiare e facilitarne il reinserimento nella comunità e nel mondo del lavoro. Per promuovere l’iniziativa è stato realizzato uno spot shock ideato e interpretato personalmente dalle vittime di violenza e diretto da Flavia e Maria Sole Tognazzi. Il progetto legato all’autismo è stato invece sviluppato in collaborazione con PizzAut, un’associazione fondata nel 2017 con l’obiettivo di aprire la prima pizzeria in cui lavorano persone con autismo con il sostegno di terapeuti e professionisti della ristorazione, ed è sfociato nella realizzazione di una applicazione progettata e realizzata appositamente per consentire ai ragazzi di poter lavorare in pizzeria e raccogliere le ordinazioni in modo più rapido e agevole.

 

Bozza parteciperà a Reinventing – iniziativa fondata e ideata dal Ceo di Atlantis Company Francesco Quistelli e in programma a Milano il 10 e 11 ottobre – come relatore della plenaria “Creatività per bene: come nascono le migliori campagne di comunicazione sociale”.

 

Francesco Bozza, come vedi la comunicazione oggi e tra 10 anni?

«Meno comunicazione e più azione. Oggi sono i fatti a parlare, letteralmente. Azioni concrete (activation, eventi, stunt) da cui nascono campagne e non più viceversa. Sostenute dalla giusta amplificazione, sono in grado di generare conversazione nella vita digitale e reale. Oggi, come tra 10 anni».

 

Riassumi i nuovi trend della comunicazione in tre parole chiave

«Polarizzazione, sincerità e hackeraggio. Polarizzazione perché oggi essere divisivi paga, non si può piacere a tutti e neanche le marche possono: meglio prendere una posizione, dichiarare i propri ideali e la propria posizione culturale. O si ama o si odia, ma in ogni caso si esce dall’invisibilità. Sincerità perché mi piace la comunicazione schietta e senza maschere. La radical transparency, il coraggio di mostrarsi senza sovrastrutture, è la chiave della credibilità e affinità di un brand con le persone là fuori. Hackeraggio, perché il ribaltamento/alterazione di situazioni, contenuti già esistenti, media, brand concorrenti o addirittura del proprio brand è una leva capace di amplificare e trasformare in fenomeno culturale molte campagne».

 

Quali sono le reali potenzialità della Corporate Social Responsability e quali sono i segreti per una Csr davvero efficace?

«La Corporate Social Responsability non è soltanto un’occasione per fare qualcosa di utile per la società, ma anche un’opportunità incredibile per veicolare i valori di un brand. In un mondo ideale tutte le aziende dovrebbero avere dei progetti legati al non profit, perché la Csr, se ben fatta, è un win-win: permette alle onp e ai temi che affrontano di avere una visibilità mediatica che altrimenti non potrebbero mai avere ed è una grande occasione di comunicazione per le aziende, perché permette loro di portare il brand nel cuore delle persone. Ovviamente la Corporate Social Responsability va sempre fatta in maniera intelligente e delicata: non tutte le aziende possono fare qualsiasi cosa, ma ogni azienda ha un ipotetico progetto perfetto. Sarebbe davvero bello se tutte le aziende investissero energie in questo settore, che fa del bene alle persone ma anche alle marche.

In questo ambito anche le grandi agenzie creative hanno un ruolo centrale: possono favorire l’incontro tra profit e non profit trasformando i progetti dedicati al sociale in qualcosa di spendibile anche a livello di PR e quindi di attraente per aziende. Non basta, infatti, individuare il progetto di Csr giusto per la propria azienda, ma bisogna anche saperlo raccontare nel migliore dei modi. Lo storytelling, ad esempio, è sempre uno strumento molto efficace: se si associa il progetto ad un racconto coinvolgente, quando l’operazione viene presentata ai media la risposta dei giornalisti è molto più ampia e capillare.

Le grandi agenzie spesso si fanno già carico di “adottare” alcune associazioni per regalare loro strumenti di comunicazione efficaci. Ad esempio, io lo scorso anno ho lavorato per una piccola associazione milanese che si occupa di sostenere gli homeless durante i mesi invernali. In particolare, abbiamo presentato a questa onlus il progetto di un ragazzo che aveva brevettato un kit polifunzionale fatto completamente di cartone per dare agli homeless una poltrona, un letto e una valigia dove poter mettere le loro cose. Questa iniziativa ha permesso di puntare i riflettori sul problema, così nonostante l’associazione fosse molto piccola, il progetto ha avuto rilevanza in tutto il mondo».

 

 

Quali sono gli errori più comuni quando si sviluppa la comunicazione di un progetto legato al non profit?

«Non conoscere bene il problema che si vuole far emergere attraverso la campagna. Quando ci si avvicina ad un progetto legato al sociale bisogna avere una grande sensibilità e soprattutto un’ottima conoscenza del tema che si intende mettere in evidenza: se non si conosce il problema in maniera dettagliata è impossibile trovare una chiava creativa realmente centrata ed efficace. Ad esempio, nel corso della mia carriera ho sviluppato una campagna per Forum Crisalide, che si occupa di sostenere ragazze che soffrono di disturbi alimentari. In questo caso, per essere realmente efficaci è stato necessario conoscere nel dettaglio le specifiche patologie: solo questo studio preliminare ci ha permesso di capire che per cogliere l’anima del problema era necessario concentrarsi non in generale sui disturbi alimentari, ma sulle singole malattie. Nello spot realizzato per la bulimia abbiamo ripreso una ragazza che mangiava un piatto di pasta e poi mandato il video al contrario, ottenendo una metafora molto disturbante della patologia: si vedeva la pasta uscire dalla bocca della giovane e tornare sul piatto».

 

Come è cambiata, negli anni, la comunicazione dei progetti non profit?

«Una volta gli spot sociali erano l’ambito in cui i creativi potevano sfogarsi per produrre delle bellissime idee per un cliente facile. Non c’era un’organizzazione strutturata, fatta anche di ricerche, analisi e test. Oggi, fortunatamente, non è più così e in questa evoluzione ha inciso anche il fatto che gli standard degli award internazionali sono diventati molto più rigidi e dettagliati rispetto al passato. Attualmente vengono premiate solo le campagne che hanno realmente un senso e che dimostrano che l’agenzia ha realizzato un approfondimento preliminare serio, anche dal punto di vista dei risultati.  Un’altra grande differenza rispetto al passato riguarda gli strumenti di veicolazione: oggi una campagna non è più solo adv e spot, sono coinvolti anche tutti i canali digital e social.  L’ecosistema dei media è diventato molto più complesso».

 

Perché hai scelto di lavorare in questo settore?

La pubblicità è una mia grande passione da sempre. Alle medie, quando mi è capitato tra le mani il giornalino della scuola, la prima cosa che mi è venuta in mente è stata che poteva essere uno strumento per promuovere le attività di professori e bidelli, così ho proposto e realizzato le mie primissime piccole campagne.  La fortuna di aver scoperto molto presto le mie inclinazioni mi ha permesso di fare scelte molto mirate a livello di formazione e la mia carriera ne ha tratto un grande vantaggio. Ho sempre visto la pubblicità come un lavoro che, se fatto in maniera seria e intelligente, aiuta la cultura di massa e la cultura popolare a progredire. Aggiungere il sociale a questo quadro permette di completare il panorama. Per questo amo molto la Corporate Social Responsability, che non è un’attività che pulisce la coscienza, ma una grande opportunità di sviluppo sia per il profit che per il non profit.

 

Qual è il tuo motto?

Una frase di una canzone di Luca Carboni, che, quando ero ragazzino, era il mio mito e che poi, in seguito ad una collaborazione, è diventato anche un mio amico: “Contro la noia della tv, guardare solo la pubblicità”. Riflette bene l’idea che la comunicazione pubblicitaria, quando è fatta bene, può essere un elemento molto divertente della televisione, persino più divertente dei palinsesti.

Non profit: «Basta pietismo, serve strategia»

Non profit: «Basta pietismo, serve strategia»

Intervista a Paolo Ferrara, presidente del comitato scientifico di Reinventing, il più grande evento dedicato all’innovazione nel mondo non profit promosso da Atlantis Company, in programma a Milano il 10 e 11 ottobre.

 

«Integrazione, impresa e innovazione». Paolo Ferrara, responsabile Comunicazione e Raccolta Fondi della Fondazione Terre des Hommes Italia e presidente del comitato scientifico di Reinventing, il grande evento dedicato all’innovazione nel mondo non profit promosso da Atlantis Company, sintetizza così il futuro del Terzo Settore, attualmente alle prese con «periodo di grande transizione», che probabilmente sfocerà in una «trasformazione organizzativa radicale», facendo emergere nuovi rischi e nuove sfide per tutti i “professionisti del bene”.

In particolare, secondo Ferrara i comunicatori saranno «finalmente» e definitivamente costretti ad abbandonare le strategie fondate sul pietismo e sul vittimismo, «controproducenti sul lungo periodo e terreno fertile per la radicalizzazione degli stereotipi» e i fundraiser non potranno più limitarsi a conoscere e saper utilizzare gli strumenti di raccolta fondi, ma dovranno diventare sempre più risorse strategiche anche in termini di capacità di ascolto del mercato e quindi capacità di suggerimento all’organizzazione di rivedere il proprio posizionamento e le proprie progettualità, dovendo fare i conti con la «drastica diminuzione delle aziende disposte a sostenere progetti nel sud del Mondo» e con la «non auspicabile ma molto probabile» emersione, nel prossimo futuro, di «modelli misti in cui fare fundraising sarà affiancato da altre attività».

 

Oltre a presiedere il comitato scientifico, Ferrara parteciperà a Reinventing – iniziativa fondata e ideata dal Ceo di Atlantis Company Francesco Quistelli e in programma a Milano il 10 e 11 ottobre – anche come relatore, nel panel “Il Fundraising nell’era della digital transformation”.

 

Paolo Ferrara, cosa sta succedendo al Terzo Settore e, in particolare, al fundraising?

«Il fundraising è in un periodo di grande transizione: siamo alla ricerca di strumenti nuovi da integrare o addirittura sostituire agli strumenti tradizionali. Il non profit, in particolare in riferimento al settore della cooperazione e dello sviluppo, sta vivendo una serie di complessità e criticità che rendono fondamentale creare nuove strategie di raccolta fondi e nuove narrazioni. Non è più sufficiente, oggi, avere un buon piano mailing o ragionare esclusivamente in termini di marketing: nelle attività dei fundraiser dovranno entrare anche nuovi strumenti rispetto a quelli su cui siamo al momento formati».

 

A cosa è dovuta questa situazione?

«La società cambia molto velocemente e ovviamente anche il Terzo Settore risente delle trasformazioni sociologiche, culturali, di atteggiamento e di sensibilità. In passato c’era molta più stabilità, oggi viviamo, invece, l’epoca della precarietà costante e questo aspetto incide anche sul Non Profit e sulle scelte degli individui e delle aziende rispetto a questo settore. Ad esempio, le aziende un tempo potevano permettersi di guardare al mondo della cooperazione e dello sviluppo sostenendo i paesi del Sud del mondo, oggi, invece, paradossalmente rispetto alla globalizzazione, devono rispondere a nette richieste di interventi di prossimità da parte dei loro stakeholder e soggetti di riferimento».

Dai report di Dynamo emerge che la percentuale delle aziende disposte a sostenere progetti nel Sud del Mondo è scesa drasticamente rispetto al passato. In questo momento, dunque, per le organizzazioni che operano in questo settore è molto difficile avviare delle strategie corporate, a meno che non si pensi ad un vero e proprio riposizionamento della propria onp.

Non possiamo, poi, escludere la possibilità che il Terzo Settore stia semplicemente vivendo una fase non brillante del proprio ciclo di vita: indipendentemente dai cambiamenti di approccio, di struttura e di sensibilità che spostano l’interesse su un tema piuttosto che su un altro, può anche essere che il fare fundraising in un determinato modo e con determinati strumenti stia vivendo in questo momento una naturale fase discendente».

 

Qual è la sfida più grande che devono affrontare i fundraiser?

«I fundraiser, oltre a gestire gli strumenti di raccolta fondi, devono diventare sempre più risorse strategiche anche in termini di capacità di ascolto del mercato e quindi di capacità di suggerimento alle organizzazioni di rivedere il proprio posizionamento e le proprie progettualità. Ovviamente le nostre organizzazioni devono restare attaccate ai beneficiari, ma non bisogna aver paura di ripensare strategicamente le modalità e i luoghi di intervento. Oggi non basta più essere bravi ad utilizzare gli strumenti di fundraising: certi strumenti, di fronte ad un cambiamento di sensibilità e di attenzione da parte del mercato, possono semplicemente non funzionare più, anche se utilizzati nel migliore dei modi: è quindi necessario fare un ragionamento strategico più ampio.

Sul fronte operativo la più grande sfida che si profila nel futuro sarà lavorare sulla partecipazione, anche per costruire e consolidare rapporti di fiducia con i sostenitori. Non credo che un modello unilaterale dall’alto verso il basso possa sopravvivere alla rivoluzione di internet e delle diverse modalità di comunicazione: oggi le persone hanno bisogno di partecipare per potersi fidare. Sarà anche necessario trovare la chiave per coinvolgere i Millennials, che in questo momento sono molto lontani dal nostro mondo».

 

Come vedi il Terzo Settore tra 10 anni?

«Nel prossimo futuro probabilmente assisteremo ad una riorganizzazione del mondo delle organizzazioni, alla riduzione dei soggetti presenti sul campo e vedremo affacciarsi sul mercato modelli misti, in cui il fundraising sarà affiancato da altre attività. Sinceramente non credo che sia un bene, perché fare impresa aggiunge un elemento di rischio molto forte nelle attività. Le organizzazioni, di fatto, spesso assolvono ad una funzione pubblica che lo Stato non gestisce diversamente; pensare che questa funzione non soltanto sia scaricata sul Terzo Settore o su forme miste ma che addirittura sia accompagnata da rischio di impresa solleva evidentemente problemi di eticità. Questa, però, potrebbe essere una delle strade future: non lo auspico, ma temo ci arriveremo necessariamente».

 

Qual è il più grande errore fatto negli ultimi anni?

«Uno degli errori più grandi che abbiamo fatto in questi anni è stato accanirci su una comunicazione pietistica e vittimistica che magari, nel breve periodo, ha anche portato performance positive e migliori di altre forme di comunicazione, ma che dimostra incapacità di guardare sul lungo periodo, sia per i risultati della singola organizzazione, sia per i risultati complessivi del sistema.

La comunicazione pietistica, infatti, consolida gli stereotipi ed espone al rischio, soprattutto in momenti di crisi come quello che abbiamo appena vissuto in relazione ai migranti, di creare addirittura astio da parte dei donatori. Gli stereotipi, inoltre, fanno passare messaggi distorti, come ad esempio, nel caso della povertà, l’idea di fondo che quest’ultima sia soltanto la miseria economica, togliendo attenzione e visibilità a tutte le forme comunque importanti ma meno appariscenti di questo fenomeno. Si rischia, insomma, di far passare il pericoloso messaggio che l’unica povertà è quella che emerge dall’immagine di un bambino magrissimo con la pancia rigonfia. Questa forma di comunicazione, inoltre, oltre a determinare scarsa innovazione nel linguaggio, non tiene in considerazione il coinvolgimento reale e totale dell’utente, che non può ovviamente ridursi alla sola risposta emotiva ad una richiesta di donazione, ma deve tradursi in vera partecipazione. La comunicazione pietistica, vittimistica o “solo contro” non riesce, insomma, ad essere realmente inclusiva».

 

Perché hai scelto di lavorare nel terzo settore?

«Ho sempre provato indignazione per la povertà e le discriminazioni. Sono entrato in questo mondo come volontario, poi ho provato a far diventare questa mia inclinazione un lavoro e ho avuto la fortuna di riuscire a farlo».

 

Qual è il tuo motto?

«Una frase dell’architetto Antoni Gaudì: “L’originalità è tornare all’origine”. Nel nostro lavoro di comunicatori e fundraiser significa sostanzialmente che per essere originali non serve inventare nulla, basta guardarsi intorno. Non siamo creatori, ma trasformatori: dobbiamo tornare alle relazioni, a come le persone comunicano tra loro e trasformare queste dinamiche naturali in strumenti di comunicazione e di raccolta fondi».

Torna Reinventing: Nuove idee e nuovi strumenti per costruire un mondo migliore.

Torna Reinventing: Nuove idee e nuovi strumenti per costruire un mondo migliore.

Il 10 e 11 ottobre quinta edizione del più grande evento dedicato all’innovazione nel mondo non profit promosso da Atlantis Company. Intervista al Ceo Francesco Quistelli. «Per costruire un mondo migliore, servono persone sempre più consapevoli e professionisti sempre più capaci».

 

Due giorni di alta formazione e networking dedicati ai “professionisti del bene” per mettere in circolo idee innovative e fornire gli strumenti per renderle realizzabili. Milano si prepara alla quinta edizione di “Reinventing – Fundraising, Communication e Csr”, il più grande evento dedicato all’innovazione nel mondo non profit promosso da Atlantis Company, agenzia di consulenza e comunicazione specializzata nel Terzo settore. L’iniziativa è in programma il 10 e 11 ottobre nei locali dell’Nhow Hotel di Milano, in via Tortona 35.

Quest’anno la mission di Reinventing – reinventarsi e fare rete per dare energia alle cause sociali rendendole sempre più sostenibili – si estende anche all’evento stesso, che raddoppia, articolandosi in due giornate di alta formazione con momenti di intrattenimento e una coinvolgente cena di networking con live music.

 

«Reinventing nelle precedenti edizioni è stato un evento molto partecipato e le esigenze del Terzo Settore, negli anni, sono diventate sempre più ampie, complesse e variegate – spiega Francesco Quistelli, fondatore e Ceo di Atlantis Company – per questo abbiamo deciso di potenziare l’iniziativa, passando da uno a due giorni di formazione, coinvolgendo più relatori e aumentando il numero dei workshop per poter trattare più argomenti e avere ancora più occasioni di confronto, incontro e networking».

 

La peculiarità di Reinventing consiste nel mettere a sistema tre discipline cardine del mondo non profit: la comunicazione, il fundraising e la Responsabilità sociale d’impresa (Csr).

«Lo sviluppo parallelo e integrato di questi tre settori – spiega Quistelli – è ormai indispensabile per sostenere le cause sociali delle organizzazioni e per far sì che queste ultime possano raggiungere gli scopi per i quali sono nate; per questo abbiamo ritenuto importante sviluppare un momento di condivisione e formazione che dedicasse ampio spazio a tutte e tre le discipline e che potesse offrire spunti per poterle sviluppare in maniera integrata. La comunicazione, infatti, permette di far conoscere le attività delle organizzazioni e di mettere in evidenza l’utilità sociale delle stesse, sensibilizzando la popolazione;  il fundraising permette di coinvolgere i cittadini nelle cause sociali, rendendole sostenibili dal punto di vista economico e le aziende, attraverso la responsabilità sociale d’impresa, hanno un ruolo fondamentale nel coinvolgere i consumatori e spingerli ad avere atteggiamenti sostenibili e giocano, così, un ruolo fondamentale nel percorso di miglioramento della società».

 

Per l’edizione di quest’anno – articolata in 26 appuntamenti complessivi tra workshop, panel e plenarie –sono previsti oltre 300 partecipanti, tra rappresentanti di piccole e grandi organizzazioni non profit, fundraiser, giornalisti ed esperti di comunicazione, referenti per le attività legate al sociale di importanti aziende, studenti e, più in generale, chiunque sia appassionato di non profit.

«Reinventing – aggiunge Quistelli – ha l’obiettivo di coinvolgere persone con competenze interdisciplinari e multidisciplinari nell’ambito del fundraising, della comunicazione e del Csr, al fine di offrire, mettendo in circolo esperienze e conoscenze, ispirazioni e nuovi stimoli a questi settori fondamentali per il presente e il futuro della comunità. Il fine principale di Reinventing è creare un momento unico nel suo genere per dare nuova energia alle solidarietà».

 

«Chi si occupa di comunicazione, fundraising e Csr – conclude il Ceo di Atlantis Company – ha una missione importante: sostenere le cause sociali e partecipare alla costruzione di un percorso positivo di miglioramento. Per fare questo servono passione, competenza e idee vincenti e Reinventing è un’occasione per fare networking proprio su questi tre aspetti. Nei due giorni di formazione e confronto di Reinventing, grazie a più di 50 relatori di altissimo valore, abbiamo l’obiettivo di mettere in circolo nuove idee per il lavoro quotidiano di tutti i professionisti che gravitano intorno al non profit e fornire strumenti concreti per trasformare queste idee in progetti sostenibili volti a dare nuova energia al Terzo Settore. Per costruire un mondo migliore, infatti, servono persone sempre più consapevoli e professionisti sempre più capaci». #REI19.