Dare pane, dare senso: la sfida del non profit secondo Colamedici

Dare pane, dare senso: la sfida del non profit secondo Colamedici

 

Andrea Colamedici, filosofo e co-fondatore di Tlon, sarà relatore della plenaria “La solidarietà è un mito? Come la filosofia può aiutarci ad aiutare, ancora oggi”, in programma a Reinventing il prossimo 8 ottobre. In attesa di ascoltare il suo prezioso contributo, gli abbiamo chiesto di raccontarci come secondo lui l’emergenza Coronavirus ha cambiato il nostro modo di essere solidali e cosa comporta questa rivoluzione per il mondo non profit.

D: In questi ultimi mesi abbiamo visto nascere tantissime iniziative di solidarietà per gli ospedali più colpiti dall’emergenza Coronavirus e per le fasce della popolazione che più hanno sofferto la quarantena e le sue conseguenze. Le situazioni di crisi possono però portare anche a un inasprirsi degli egoismi individuali e a un atteggiamento di chiusura verso la solidarietà e il dono quando a beneficiarne sono cause non considerate, a torto, prioritarie, o persone con cui il processo di identificazione è meno forte. Come pensi che dovrebbe reagire il mondo non profit a questo modo di pensare?

R: L’emergenza ha amplificato differenze già esistenti: non è vero che l’abbiamo affrontata “tutti sulla stessa barca”: c’è chi era a bordo di uno yacht, chi di una zattera e chi aggrappato solo a un pezzo di legno. Qualcuno ha preso coscienza del proprio privilegio e si è avvicinato a dinamiche di solidarietà; qualcun altro, pur magari nella stessa condizione di privilegio, si è sentito meno al sicuro e ha pensato solo a sé stesso. In mezzo a questi due estremi il mondo non profit ha un’occasione unica, oltre che un dovere verso una comunità che durante la quarantena non è stata trattata come adulta dal governo: essere creatore di senso per le persone, proprio nel momento in cui queste faticano a trovarlo, il senso.

Penso a quello che ha fatto l’Associazione 21 luglio, con cui abbiamo collaborato come Tlon, che nel distribuire pasti nei quartieri più difficili delle periferie romane ha creato una comunità che ogni giorno si riuniva alle 14 per distribuire i generi alimentari. Oltre a distribuire pane, ha creato senso. Le tante, piccole emergenze di natura socio-economica che sono esplose ed esploderanno in tutto il paese chiamano il non profit ad agire e farsi portatore di senso. Serve il coraggio di dire “Sono a disposizione” e di mettersi in discussione. Lo abbiamo fatto anche noi con la nostra libreria teatro, che per l’occasione abbiamo trasformato in punto di raccolta di beni di prima necessità da ridistribuire.

In questo momento per una realtà non profit gli scenari possibili sono tre: 1) uscirne rafforzata – ma saranno in poche a farlo; 2) trovarsi in crisi e rischiare di chiudere; 3) trovarsi in crisi e dover ripensare sé stessa, i propri meccanismi di solidarietà, la propria ragione d’essere, per rispondere alle esigenze reali delle persone.

In questo terzo scenario si colloca la grande opportunità per il mondo non profit di essere creatore o aggregatore di senso.

D: “Come farsi venire delle buone idee? È molto semplice: bisogna spingersi sul bordo di sé. […] Spesso invece le nostre vite sono condotte al centro, al sicuro, dove le idee non amano farsi trovare. Bisogna accettare l’idea di avere torto per scoprire una nuova idea. Bisogna rischiare per conoscerla. Bisogna perdersi per trovarla.”

Partiamo da questa tua riflessione, che si lega a quanto detto prima, per parlare del concetto a noi molto caro di “reinventarsi” per superare gli scogli e stare al passo con i cambiamenti. Che consiglio daresti ai professionisti del settore non profit per imparare a spingersi ai bordi con più coraggio e determinazione? Applicheresti questa filosofia anche al modo di comunicare e fare fundraising?

R: Di non limitarsi a fare del bene, ma di fare del “giusto”. Molto spesso pensiamo al modo di renderci utili all’interno dei confini di ciò che già conosciamo e abbiamo sperimentato, mentre invece dobbiamo imparare a pensare a un impatto sulla società non ancora pensato. Per il non profit reinventarsi ora significa mettersi in ascolto reale dei bisogni delle persone, che in questo particolare momento storico è appunto bisogno di senso, di una risposta alla domanda “ma io che cosa ci sto a fare qui?”.

E sì, comunicare quello che fanno è un altro dovere delle non profit. È una forma di rispetto verso il proprio operato, oltre che verso il pubblico esterno. Aiuta a non sentirsi scoraggiati o impotenti nel momento in cui i problemi sono così grandi, perché aiuta a riconoscere la propria utilità e il proprio ruolo.

Se non comunichiamo lasciamo spazio a chi invece contenuti non ne ha, o al contrario ne ha di pericolosi. Il non profit si deve riappropriare del proprio spazio di narrazione e fare leva su uno storytelling reale, che non è solo dire “guarda, faccio del bene”, ma soprattutto far passare il concetto che fare del bene è bello e degno di essere raccontato! Ora è più che mai necessario, perché le persone hanno disimparato che cos’è la solidarietà. Soprattutto con la quarantena, perché la solidarietà si basa sempre sul corpo e sui sensi, su quello che vedo e che tocco. Togliendo il contatto cala l’empatia nei confronti dell’altro e di conseguenza la spinta a essere solidale. Spetta al non profit, tra gli altri, il compito di reinnescare una narrazione positiva sulla solidarietà.

D: Durante la quarantena anche Tlon, l’associazione di cui sei fondatore insieme a Maura Gancitano, si è in qualche modo reinventata: per rimanere in contatto con chi vi segue e dare il vostro contributo a una quarantena molto fertile dal punto di vista del dibattuto e della riflessione condivisa, avete inaugurato “Prendiamola con filosofia”, una maratona web di interventi per affrontare il lockdown con strumenti filosofici. Che eredità pensi ci lascerà questa inedita esplosione di contenuti digitali e come la sfrutteresti da comunicatore?

R: L’esperimento riuscito di “Prendiamola con filosofia” ha dimostrato che si può prendere il meglio anche da un’esperienza come quella della quarantena, che ha preparato la congiuntura ideale per un evento mettendo insieme un pubblico molto disponibile che chiedeva contenuti e una platea ricchissima di relatori [n.d.r.: più di 700] liberi da altri impegni e pronti a fornirli, i contenuti. Noi siamo partiti dall’idea di riportare la filosofia, spesso considerata materia per pochi, al suo scopo originale, che era di essere materia per tutti. L’abbiamo riportata nelle piazze, in questo caso virtuali. Ha funzionato, perché abbiamo risposto a quell’esigenza di senso di cui parlavamo prima; e non è una prerogativa della filosofia: è tutto il mondo dell’arte e della cultura – ora messo così duramente alla prova – che assolve a questo compito.

Un mondo che ora non possiamo più immaginarci senza una “controparte” digitale: impareremo a pensare al web come la seconda casa di tutti, dove ogni attività – dall’organizzazione di volontariato alla macelleria, dal negozio di ottica alla scuola di filosofia – deve riuscire a ritagliarsi il proprio spazio. Questa concezione non fa della realtà uno spazio di serie B: web e reale rimangono spazi distinti ma che dovranno coesistere e comunicare tra loro.

Web è anche e soprattutto interazione, relazione diretta con il tuo pubblico: in occasione della Festa della Liberazione abbiamo organizzato una manifestazione digitale in cui abbiamo dato spazio agli stessi partecipanti, che si alternavano alla parola in una Zoom conference con più di 300 volti a fare da sfondo. Alla fine la chiave sono sempre le persone, che per essere coinvolte hanno bisogno di un input emotivo, hanno bisogno di sentire l’urgenza di dare il proprio contributo per essere parte, con il proprio piccolo strumento, di un’orchestra molto più grande.

D: Non a caso coinvolgimento emotivo e partecipazione sono anche le leve più forti del fundraising e della comunicazione sociale…

R: Esattamente! L’ho sperimentato io stesso di recente: il Ministero della Salute ci ha contattati per chiederci di aderire alla campagna #IoRestoACasa e invitare le persone a rispettare la quarantena. Sostituire la voce istituzionale delle campagne sociali Rai con quella, ad esempio, di Chiara Ferragni, è stata una mossa geniale che sono certo abbia raggiunto pienamente lo scopo.

D: Il Coronavirus è stato un acceleratore di cambiamento per il mondo della comunicazione, sociale e non, ma tanti altri processi ora solo in potenza diventeranno forse realtà consolidate fra qualche anno. Come immagini il futuro della comunicazione tra 10 anni?

R: Credo che passerà attraverso la trasformazione delle aziende in media company e degli studiosi in influencer. Sembra una cosa terribile da dire e invece è fantastica: chi avrà qualcosa di davvero importante da dire capirà che non potrà conservarla gelosamente dentro di sé, e farà affidamento ad altri per comunicarla. Non mancano ormai i mezzi per arrivare facilmente a milioni di persone, quello che manca sono le persone che abbiano qualcosa di importante da dire e che sappiano dirlo bene.

I comunicatori daranno senso alle imprese rafforzandone la credibilità culturale con i propri contenuti. Saranno creatori di senso, e a quel punto sarà chiaro a tutti che il senso è l’unica cosa che ci salva.