Manifesto per una comunicazione gentile: 5 domande a Fausto Colombo

Manifesto per una comunicazione gentile: 5 domande a Fausto Colombo

 

Abbiamo chiesto a Fausto Colombo, professore di Teoria e tecniche dei media presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, di anticiparci alcuni dei temi del suo libro Ecologia dei media – Manifesto per una comunicazione gentile di cui parlerà nel suo intervento a Reinventing, in programma il 12 febbraio 2021 a Milano.

 

D. Professore, quest’anno avremo il piacere di riospitarla a Reinventing e ascoltare il suo intervento “Ecologia dei media”, dove “ecologico” è l’approccio di studio dei media che mira a contenerne e contrastarne la dimensione “inquinante” per guidarli in una direzione più proficua e arricchente. Nell’epoca di fenomeni come l’hate speech e le fake news, un “manifesto per una comunicazione gentile” sembra quanto mai necessario. Da cosa è nata l’idea per scriverlo?

R. Fondamentalmente da due istanze: la prima è sociale ed è nata dall’interesse culturale che nutro per i due argomenti – la salvaguardia dell’ambiente e la comunicazione. Approfondendo i discorsi intorno ai due problemi dell’inquinamento ambientale e dell’inquinamento della comunicazione sui social media, mi sono accorto di quanto fossero vicini e simili. Siamo a uno stadio per cui l’attenzione è alta: istituzioni, media e società civile hanno ad esempio iniziato a denunciare i fenomeni di inquinamento della comunicazione in rete come rischiosi per la collettività.

E poi c’è una ragione più legata alla mia disciplina specifica: partendo da un interesse verso le teorie della buona comunicazione sviluppate tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’80 e presenti tra gli altri negli studi di Grice, Habermas e Pieper, mi sono mosso per esplicitare le ragioni dietro queste correnti di pensiero: perché dobbiamo impegnarci per realizzare una buona comunicazione? La risposta è: per preservare una risorsa tipicamente umana, che altrimenti rischia di venire distrutta. Comunicare nel modo in cui lo facciamo noi, pensandoci e concependoci prima e dopo di noi come individui, è una delle caratteristiche che ci rende quello che siamo: umani.

 

D. Nel passato recente il mondo non profit, in particolare quello delle ong, è stato spesso al centro di discorsi d’odio online e vittima di fake news che ne hanno danneggiato la reputazione. Crede che il non profit possa avere un ruolo nell’evoluzione positiva della comunicazione online che lei auspica? Se sì, come?

R. Sì, se c’è qualcuno che ha interesse a sviluppare una comunicazione positiva quello è proprio il mondo non profit, perché solo all’interno di una visione positiva della comunicazione è possibile veicolare i messaggi di cui si fa interprete. La solidarietà tra uomini è un ideale che va difeso a fatti e parole, come antidoto a quei mondi sempre più piccoli e separati a cui aspirano i sovranismi.

La difesa di questo ideale passa anche dallo strumento della comunicazione online, ma mantenendo la consapevolezza che manca di una componente fondamentale, che è quella della presenza fisica, del faccia a faccia. È quindi una modalità di interazione che va portata avanti di pari passo con altre più “tradizionali”: se i social media sostituiscono altre forme di comunicazione, tolgono valore; se le integrano, aggiungono valore.

D. Tra le caratteristiche proprie del web 2.0 nel suo libro cita la customizzazione dei contenuti resa possibile da tecniche di apprendimento basate sull’AI. Ciò implica che è sempre più comune, sui social media ma non solo, ricevere messaggi che confermano e rafforzano le proprie convinzioni pregresse. Se pensiamo nello specifico al mondo non profit come creatore di contenuti, non c’è il rischio di parlare sempre a un pubblico già interessato alle cause sociali, venendo meno a quell’obiettivo fondamentale per le organizzazioni che è la sensibilizzazione?

R. Il rischio è reale. Tenere aperto il dialogo con chi non è interessato è la grande sfida del futuro, e penso che da questo punto di vista l’emergenza coronavirus sia stata cruciale. Ricordo la preghiera solitaria di Papa Francesco in San Pietro, e un passaggio in particolare: “Pensavamo di rimanere sani in un mondo malato”. La “rivelazione” che questa volta l’emergenza sanitaria riguardava proprio noi e non qualcun altro ci fatto capire l’importanza di molte cose: oltre che di un sistema sanitario efficiente e del lavoro del personale sanitario, anche del mondo del volontariato.

Credo che tutte le straordinarie pratiche di solidarietà a cui abbiamo assistito siano state un grande esempio concreto di cosa può fare ciascuno di noi per gli altri. E ci hanno anche messi di fronte al fatto che noi siamo sempre “l’altro di qualcun altro” e che per proteggere noi stessi dobbiamo proteggere tutta la comunità. È un discorso che si ricollega a quella caratteristica intrinsecamente umana citata all’inizio: pensiamo noi stessi nel tempo e in relazione all’altro, perché ci concepiamo come specie.

 

D. Un leitmotiv di questi tempi e della nostra rubrica di interviste ReinventingWords: in che modo l’emergenza Covid-19 ha impattato sul modo di comunicare? Ad esempio il lockdown sembra aver spinto strumenti di comunicazione online come le dirette social e i webinar. È solo un momento o è un processo destinato a durare? Infine, cosa possiamo imparare da questa esperienza come comunicatori?

R. L’impossibilità dell’incontro fisico ha trasformato mezzi di comunicazione normalmente “freddi” – la diretta, il webinar, ma anche la semplice video-chiamata tra familiari – in mezzi “caldi; sono diventati grandi strumenti di dialogo e facilitazione di incontro. Credo che ora ci troveremo ad affrontare una fase mista, in cui queste pratiche e strumenti dovranno riadattarsi a un parziale ritorno alla “normalità”, che però non potrà non tenere conto di quello che c’è stato.

La grande eredità che l’emergenza lascerà ai comunicatori sarà la gestione degli eventi: fino ad adesso si è cercata una forma surrogata, ma poi sarà necessario costruire format nuovi. Sarà più semplice e immediato, ad esempio, invitare ospiti internazionali che possano partecipare in video-conferenza.
Dal punto di vista più generale del lavoro penso invece che potrà profilarsi un potenziamento degli spazi di lavoro e delle risorse online, che renda più cooperativa la gestione delle attività e faciliti scambi e condivisioni.

 

D. Per concludere, una domanda allo studioso di comunicazione ma non solo: qual è il suo motto o aforisma preferito?

La parte finale di una citazione dal libro Le rendez-vous de Patmos di Michel Déon, che ho scoperto in realtà leggendo Carrère: “Aver bisogno soltanto del necessario, non allontanarmi di un millimetro dalla donna che amo, vedere ogni giorno sorgere e tramontare il sole, mangiare quando ho fame, scrivere su un tavolo traballante, ripetermi che le cose belle sono il mare, il cielo, un ulivo scosso dal vento, che l’amicizia è dovunque si varca una soglia”.

Dare pane, dare senso: la sfida del non profit secondo Colamedici

Dare pane, dare senso: la sfida del non profit secondo Colamedici

 

Andrea Colamedici, filosofo e co-fondatore di Tlon, sarà relatore della plenaria “La solidarietà è un mito? Come la filosofia può aiutarci ad aiutare, ancora oggi”, in programma a Reinventing il prossimo 8 ottobre. In attesa di ascoltare il suo prezioso contributo, gli abbiamo chiesto di raccontarci come secondo lui l’emergenza Coronavirus ha cambiato il nostro modo di essere solidali e cosa comporta questa rivoluzione per il mondo non profit.

D: In questi ultimi mesi abbiamo visto nascere tantissime iniziative di solidarietà per gli ospedali più colpiti dall’emergenza Coronavirus e per le fasce della popolazione che più hanno sofferto la quarantena e le sue conseguenze. Le situazioni di crisi possono però portare anche a un inasprirsi degli egoismi individuali e a un atteggiamento di chiusura verso la solidarietà e il dono quando a beneficiarne sono cause non considerate, a torto, prioritarie, o persone con cui il processo di identificazione è meno forte. Come pensi che dovrebbe reagire il mondo non profit a questo modo di pensare?

R: L’emergenza ha amplificato differenze già esistenti: non è vero che l’abbiamo affrontata “tutti sulla stessa barca”: c’è chi era a bordo di uno yacht, chi di una zattera e chi aggrappato solo a un pezzo di legno. Qualcuno ha preso coscienza del proprio privilegio e si è avvicinato a dinamiche di solidarietà; qualcun altro, pur magari nella stessa condizione di privilegio, si è sentito meno al sicuro e ha pensato solo a sé stesso. In mezzo a questi due estremi il mondo non profit ha un’occasione unica, oltre che un dovere verso una comunità che durante la quarantena non è stata trattata come adulta dal governo: essere creatore di senso per le persone, proprio nel momento in cui queste faticano a trovarlo, il senso.

Penso a quello che ha fatto l’Associazione 21 luglio, con cui abbiamo collaborato come Tlon, che nel distribuire pasti nei quartieri più difficili delle periferie romane ha creato una comunità che ogni giorno si riuniva alle 14 per distribuire i generi alimentari. Oltre a distribuire pane, ha creato senso. Le tante, piccole emergenze di natura socio-economica che sono esplose ed esploderanno in tutto il paese chiamano il non profit ad agire e farsi portatore di senso. Serve il coraggio di dire “Sono a disposizione” e di mettersi in discussione. Lo abbiamo fatto anche noi con la nostra libreria teatro, che per l’occasione abbiamo trasformato in punto di raccolta di beni di prima necessità da ridistribuire.

In questo momento per una realtà non profit gli scenari possibili sono tre: 1) uscirne rafforzata – ma saranno in poche a farlo; 2) trovarsi in crisi e rischiare di chiudere; 3) trovarsi in crisi e dover ripensare sé stessa, i propri meccanismi di solidarietà, la propria ragione d’essere, per rispondere alle esigenze reali delle persone.

In questo terzo scenario si colloca la grande opportunità per il mondo non profit di essere creatore o aggregatore di senso.

D: “Come farsi venire delle buone idee? È molto semplice: bisogna spingersi sul bordo di sé. […] Spesso invece le nostre vite sono condotte al centro, al sicuro, dove le idee non amano farsi trovare. Bisogna accettare l’idea di avere torto per scoprire una nuova idea. Bisogna rischiare per conoscerla. Bisogna perdersi per trovarla.”

Partiamo da questa tua riflessione, che si lega a quanto detto prima, per parlare del concetto a noi molto caro di “reinventarsi” per superare gli scogli e stare al passo con i cambiamenti. Che consiglio daresti ai professionisti del settore non profit per imparare a spingersi ai bordi con più coraggio e determinazione? Applicheresti questa filosofia anche al modo di comunicare e fare fundraising?

R: Di non limitarsi a fare del bene, ma di fare del “giusto”. Molto spesso pensiamo al modo di renderci utili all’interno dei confini di ciò che già conosciamo e abbiamo sperimentato, mentre invece dobbiamo imparare a pensare a un impatto sulla società non ancora pensato. Per il non profit reinventarsi ora significa mettersi in ascolto reale dei bisogni delle persone, che in questo particolare momento storico è appunto bisogno di senso, di una risposta alla domanda “ma io che cosa ci sto a fare qui?”.

E sì, comunicare quello che fanno è un altro dovere delle non profit. È una forma di rispetto verso il proprio operato, oltre che verso il pubblico esterno. Aiuta a non sentirsi scoraggiati o impotenti nel momento in cui i problemi sono così grandi, perché aiuta a riconoscere la propria utilità e il proprio ruolo.

Se non comunichiamo lasciamo spazio a chi invece contenuti non ne ha, o al contrario ne ha di pericolosi. Il non profit si deve riappropriare del proprio spazio di narrazione e fare leva su uno storytelling reale, che non è solo dire “guarda, faccio del bene”, ma soprattutto far passare il concetto che fare del bene è bello e degno di essere raccontato! Ora è più che mai necessario, perché le persone hanno disimparato che cos’è la solidarietà. Soprattutto con la quarantena, perché la solidarietà si basa sempre sul corpo e sui sensi, su quello che vedo e che tocco. Togliendo il contatto cala l’empatia nei confronti dell’altro e di conseguenza la spinta a essere solidale. Spetta al non profit, tra gli altri, il compito di reinnescare una narrazione positiva sulla solidarietà.

D: Durante la quarantena anche Tlon, l’associazione di cui sei fondatore insieme a Maura Gancitano, si è in qualche modo reinventata: per rimanere in contatto con chi vi segue e dare il vostro contributo a una quarantena molto fertile dal punto di vista del dibattuto e della riflessione condivisa, avete inaugurato “Prendiamola con filosofia”, una maratona web di interventi per affrontare il lockdown con strumenti filosofici. Che eredità pensi ci lascerà questa inedita esplosione di contenuti digitali e come la sfrutteresti da comunicatore?

R: L’esperimento riuscito di “Prendiamola con filosofia” ha dimostrato che si può prendere il meglio anche da un’esperienza come quella della quarantena, che ha preparato la congiuntura ideale per un evento mettendo insieme un pubblico molto disponibile che chiedeva contenuti e una platea ricchissima di relatori [n.d.r.: più di 700] liberi da altri impegni e pronti a fornirli, i contenuti. Noi siamo partiti dall’idea di riportare la filosofia, spesso considerata materia per pochi, al suo scopo originale, che era di essere materia per tutti. L’abbiamo riportata nelle piazze, in questo caso virtuali. Ha funzionato, perché abbiamo risposto a quell’esigenza di senso di cui parlavamo prima; e non è una prerogativa della filosofia: è tutto il mondo dell’arte e della cultura – ora messo così duramente alla prova – che assolve a questo compito.

Un mondo che ora non possiamo più immaginarci senza una “controparte” digitale: impareremo a pensare al web come la seconda casa di tutti, dove ogni attività – dall’organizzazione di volontariato alla macelleria, dal negozio di ottica alla scuola di filosofia – deve riuscire a ritagliarsi il proprio spazio. Questa concezione non fa della realtà uno spazio di serie B: web e reale rimangono spazi distinti ma che dovranno coesistere e comunicare tra loro.

Web è anche e soprattutto interazione, relazione diretta con il tuo pubblico: in occasione della Festa della Liberazione abbiamo organizzato una manifestazione digitale in cui abbiamo dato spazio agli stessi partecipanti, che si alternavano alla parola in una Zoom conference con più di 300 volti a fare da sfondo. Alla fine la chiave sono sempre le persone, che per essere coinvolte hanno bisogno di un input emotivo, hanno bisogno di sentire l’urgenza di dare il proprio contributo per essere parte, con il proprio piccolo strumento, di un’orchestra molto più grande.

D: Non a caso coinvolgimento emotivo e partecipazione sono anche le leve più forti del fundraising e della comunicazione sociale…

R: Esattamente! L’ho sperimentato io stesso di recente: il Ministero della Salute ci ha contattati per chiederci di aderire alla campagna #IoRestoACasa e invitare le persone a rispettare la quarantena. Sostituire la voce istituzionale delle campagne sociali Rai con quella, ad esempio, di Chiara Ferragni, è stata una mossa geniale che sono certo abbia raggiunto pienamente lo scopo.

D: Il Coronavirus è stato un acceleratore di cambiamento per il mondo della comunicazione, sociale e non, ma tanti altri processi ora solo in potenza diventeranno forse realtà consolidate fra qualche anno. Come immagini il futuro della comunicazione tra 10 anni?

R: Credo che passerà attraverso la trasformazione delle aziende in media company e degli studiosi in influencer. Sembra una cosa terribile da dire e invece è fantastica: chi avrà qualcosa di davvero importante da dire capirà che non potrà conservarla gelosamente dentro di sé, e farà affidamento ad altri per comunicarla. Non mancano ormai i mezzi per arrivare facilmente a milioni di persone, quello che manca sono le persone che abbiano qualcosa di importante da dire e che sappiano dirlo bene.

I comunicatori daranno senso alle imprese rafforzandone la credibilità culturale con i propri contenuti. Saranno creatori di senso, e a quel punto sarà chiaro a tutti che il senso è l’unica cosa che ci salva.